Il Romanzo

Il condominio degli errori è ambientato in un quartiere popolare, dove vite difficili, famiglie fragili e solitudini silenziose si sfiorano ogni giorno senza davvero incontrarsi.

È proprio lì che Ida e Lukas si trovano. Due ragazzi molto diversi, cresciuti tra ferite e silenzi, che finiscono per riconoscersi l’uno nell’altra. Da quell’incontro nasce un legame intenso, fatto di bisogno, protezione e di una tenerezza che entrambi avevano imparato a nascondere.

La scena che segue racconta uno di quei momenti sospesi in cui, anche dentro una vita ruvida, può aprirsi improvvisamente uno spazio di immaginazione, di respiro, di possibilità.

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Un viaggio a luci spente

Ida e Lukas sono seduti in una macchina ferma. Non stanno andando da nessuna parte. Eppure, attraverso le parole, Ida porta Lukas a vedere il mare — un mare che lui non ha mai visto.

Questa scena racconta qualcosa che conosco bene anche nel coaching: l’immaginazione può aprire strade che prima non esistevano. A volte non serve muoversi davvero per iniziare un cambiamento. A volte basta qualcuno che sappia raccontarti un orizzonte diverso.

Le parole possono fare questo: aprire uno spazio nuovo dentro di noi.

Estratto dal romanzo Il condominio degli errori

Davanti al portone c’era il motorino di Lukas. Sembrava abbandonato davanti all’ingresso, tanto da occupare quasi tutto il passaggio.

Ida andò diretta a bussare alla porta del ragazzo.

Lui aprì solo un piccolo spiraglio da cui s’intravedeva appena chi fosse. Alle sue spalle era tutto buio, e uno strano silenzio avvolse le orecchie di Ida.

Senza indugio, disse: «Lukas, ho bisogno di te: esci un attimo, è urgente».

Lukas uscì, chiudendosi la porta alle spalle. Le prese la mano, e camminarono in silenzio fino a una macchina bianca che aprì con un semplice gesto da ladruncolo esperto.

Si sedettero nell’auto come due passeggeri qualsiasi; il mondo fuori diventò silente, il parabrezza era sporco, sembrava che si fossero infilati in una nuvola grigia.

Ida lo abbracciò con uno slancio liberatorio, e ricevette dal ragazzo una presa che sapeva di sangue e polvere.

Rimasero incollati per un tempo indefinito, i loro corpi abbassarono le corazze e fu come se si stessero unendo per sempre.

Si nutrivano a vicenda di qualcosa che non ha un nome preciso, e diventarono caldi.

Ida chiuse gli occhi e vide il mare, il suo petto si muoveva lentamente.

«Lukas, ti porto a vedere il mare» gli disse sussurrando.

Lui fece una smorfia, era difficile lasciarsi andare, affidarsi, ma poi chiuse gli occhi.

«Non l’ho mai visto, lo sai…» mormorò.

«Il mare non è solo quello che puoi vedere, è quello che immagini. Fa rumore, un suono continuo che assomiglia al respiro di un gigante, va e viene, senza mai fermarsi. È calmo ma potente, tanto infinito da farti sentire piccolo».

Lukas non era così bravo con le parole, ma aveva imparato ad ascoltarla; si concentrò seguendo il suono del respiro.

«È come l’acqua?».

«Sì, fredda, a volte gelida, ma è come una carezza, capisci? Anche se ti scuote e ti spaventa ci cammini dentro per farne parte, senti la sabbia sotto i piedi, morbida e bagnata, ti arriva l’odore di sale e di vento che riempie i polmoni e ti fa sentire vivo.

Il mare è come i sogni, dove trovi cose che non hai mai visto; le scopri sognandole e se riesci a ricordarle diventano tue».

Lukas percepì qualcosa di indefinibile, come se il vuoto dentro di lui si fosse improvvisamente colmato con un pezzo di lei.

Le loro mani si cercarono con urgenza, spinte da un desiderio inconscio, si esploravano alla ricerca di un significato, una piccola crepa di felicità che potesse dare una risposta.

Passò così tanto tempo che divenne buio; i vetri erano appannati, non si erano mai staccati e continuavano a lisciarsi come gatti.

Ida aveva rubato un po’ di tenerezza a quella vita che sembrava solo ruvida.

Prese il viso del ragazzo tra le mani e gli disse:

«Lukas, giurami che saremo complici per sempre, dimmi che ci sarai per me; sei l’unica mia possibile salvezza, ho paura senza di te, sto male, è tutto pesante e poi lo sai perché siamo finiti qui? Lo sai di mio padre? E se fosse così? Cosa dovrei fare con lui? A volte mi sembra che sia tutto così sporco da non poterlo pulire mai più».

Il ragazzo la guardava, un flebile lampione illuminava metà del suo volto, taceva.

La sua bocca era cucita dall’abitudine di non parlare; per Lukas non era facile consegnarsi al sentimento.

Si accese una sigaretta e continuò a guardare Ida in silenzio.

La ragazza appoggiò il capo sul petto del giovane in modo da non guardarlo più.

«Ida, io non ho risposte… sono nato e basta. Come i serpenti».

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Le parole possono cambiare uno sguardo

A volte non serve spostarsi per andare lontano.

Basta qualcuno che sappia raccontarti il mare.

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